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espina

Silvia Paradela ha fatto del disegno il fulcro principale della sua pratica artistica. Una forma che sente come la più essenziale, spontanea e contemporaneamente ragionata e che, nel suo iter artistico, rappresenta una sorta di conquista. […]

È in questa linea di tendenza che vanno lette le opere di questa mostra. Opere nate dallo studio meticoloso di una piccola pianta. Una cosiddetta “pianta d’appartamento”, assai comune negli anni ’60 e ora divenuta misteriosamente desueta.
Chiamata comunemente spina di Cristo o corona di Cristo, per i botanici è l’euphorbia milii. Una cosiddetta succulenta, assai tenace, che ama il caldo. Dal fusto ramificato e cosparso di spine, ha foglie verdi allungate, soprattutto nelle parti apicali e che spiccano sotto le infiorescenze che stanno ai vertici dei rami. I suoi fiorellini, a piccoli mazzi, sono di colori che variano dal vermiglio al color pesca, ma possono essere anche bianchi o verde chiaro. […]

Nei disegni di Silvia Paradela la pianta parla. E le sue caratteristiche morfologiche, le sue peculiarità, assumono sulla carta chiara valenza simbolica. Parla di dolore, di sofferenza dell’umanità, ma anche di indifferenza e di morte. Narra di aneliti spirituali, di legami che sono bellezza, di unità, come alta aspirazione interiore dell’essere umano che si eleva, come le foglioline agli apici dei suoi rami, per sottrarsi allo scempio e alla barbarie. E va oltre: produce fiorellini vermigli, piccoli simboli di trasformazione e speranza. Fiori che generano miracolosamente altri fiori protetti a piccoli grappoli, al loro interno. 

Narrazioni sottili ed efficaci come i segni che si giustappongono sul foglio e che si esauriscono quando la pianta smette di raccontare, senza remore e paure, la sua storia simile a quella di quell’uomo umiliato e con il capo ornato di spine, giunto fino all’agonia estrema. 

Il mondo si fa cupo e scuro, “tutto è compiuto”, le spine diventano filo spinato che si srotola a disegnare soglie inviolabili, che violano l’umanità.
È il momento in cui occorre evocare un fiore, che nasce da un altro fiore, perché si compia la trasformazione e si possa finalmente ridare respiro all’anima.

Dal testo di Maria Chiara Fornari

2026, matita e tecnica mista su carta

espina

Silvia Paradela ha fatto del disegno il fulcro principale della sua pratica artistica. Una forma che sente come la più essenziale, spontanea e contemporaneamente ragionata e che, nel suo iter artistico, rappresenta una sorta di conquista. […] È in questa linea di tendenza che vanno lette le opere di questa mostra. Opere nate dallo studio meticoloso di una piccola pianta. Una cosiddetta “pianta d’appartamento”, assai comune negli anni ’60 e ora divenuta misteriosamente desueta.
Chiamata comunemente spina di Cristo o corona di Cristo, per i botanici è l’euphorbia milii. Una cosiddetta succulenta, assai tenace, che ama il caldo. Dal fusto ramificato e cosparso di spine, ha foglie verdi allungate, soprattutto nelle parti apicali e che spiccano sotto le infiorescenze che stanno ai vertici dei rami. I suoi fiorellini, a piccoli mazzi, sono di colori che variano dal vermiglio al color pesca, ma possono essere anche bianchi o verde chiaro. […]

Nei disegni di Silvia Paradela la pianta parla. E le sue caratteristiche morfologiche, le sue peculiarità, assumono sulla carta chiara valenza simbolica. Parla di dolore, di sofferenza dell’umanità, ma anche di indifferenza e di morte. Narra di aneliti spirituali, di legami che sono bellezza, di unità, come alta aspirazione interiore dell’essere umano che si eleva, come le foglioline agli apici dei suoi rami, per sottrarsi allo scempio e alla barbarie. E va oltre: produce fiorellini vermigli, piccoli simboli di trasformazione e speranza. Fiori che generano miracolosamente altri fiori protetti a piccoli grappoli, al loro interno. 

Narrazioni sottili ed efficaci come i segni che si giustappongono sul foglio e che si esauriscono quando la pianta smette di raccontare, senza remore e paure, la sua storia simile a quella di quell’uomo umiliato e con il capo ornato di spine, giunto fino all’agonia estrema. 

Il mondo si fa cupo e scuro, “tutto è compiuto”, le spine diventano filo spinato che si srotola a disegnare soglie inviolabili, che violano l’umanità.
È il momento in cui occorre evocare un fiore, che nasce da un altro fiore, perché si compia la trasformazione e si possa finalmente ridare respiro all’anima.

Dal testo di Maria Chiara Fornari

2026, matita e tecnica mista su carta

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